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Sintesi dal Dizionario di Antiquariato di A. Vallardi - Garzanti |
Caffettiera. La nascita della C., recipiente di vario modellato e materiale creato per mescere il caffè, è naturalmente legata alla comparsa in Europa della suddetta bevanda, che fu introdotta dai Veneziani nella seconda metà del sec. XVI. Ma solo nel secolo successivo l’uso del caffè si diffuse ampiamente e quindi le prime C., specialmente quelle in argento, furono realizzate in stile barocco.
Calamaio. Con tale termine s’indica il recipiente per l’inchiostro, mentre in origine era chiamata C. la teca contenente i recipienti stessi, insieme ad altri utensili per la scrittura come la canna; comunque ancor oggi l’intero “servizio da scrittoio”, di cui il C. costituisce un elemento, è correntemente denominato C. Tra i più antichi C. noti sono quelli egizi, formati da una tavoletta di legno con due vaschette incorporate, una per il colore nero e l’altra per il rosso, che venivano stemperati con acqua tenuta in una ciotola a parte.
Calatoia, Calatoio. Anta frontale di un mobile che si può abbassare verticalmente, o “calare” (da cui il termine), per fare le funzioni di un piccolo scrittoio. Sebbene impropriamente — più pertinente è la definizione di RIBALTA — il termine C. è alle volte usato per designare l’intero mobile (in genere un cassettone), fornito di un suddetto piano ribaltabile.
Calcine, Calcografia. Voce dotta, derivata dal greco con la quale si indica il procedimento di stampa da una matrice o lastra metallica (di solito di rame), sulla cui superficie sia stata tracciata una incisione, che a seconda dei mezzi adoperati prende nomi diversi: ACQUAFORTE; ACQUATINTA; BULINO; MANIERA NERA o mezzatìnta; MANIÈRE CRIBLÉE; MANIÈRE DE CRAVON; PUNTASECCA; VERNICE MOLLE. Secondo O. Vasari (1568) l’invenzione della C. — voce che peraltro egli non adopera-si deve all’orafo fiorentino Maso Finiguerra, verso il 1460. Quella del Vasari è peraltro una notizia imprecisa in quanto la priorità dell’invenzione è piuttosto da riferirsi ad incisori tedeschi e fiamminghi, ai quali in ogni caso si deve, intorno al 1430, l’introduzione del torchio calcografico. C. dicesi anche l’istituto che cura la raccolta, la conservazione e la stampa di lastre originali, come la C. Nazionale di Roma, istituita da Clemente XII nel 1738, con il nome di C. camerale romana.
Calice. Con questo vocabolo si designa tanto un tipo di bicchiere restringentesi dalla bocca verso il fondo, quanto un tipo di vaso costituito da una coppa o bolo circolare più o meno profonda, sostenuta da uno stelo o gambo, generalmente interrotto da un nodo o pomo, poggiante a sua volta su una base o piede, di foggia e grandezza diverse. Questo recipiente per bere, da cui derivò quello da tavola realizzato prevalentemente in vetro, è stato usato principalmente nelle liturgie religiose, particolarmente quella cristiana; ma la sua origine risale all’ultima fase dell’età neolitica, con una diffusione poi già notevole nella civiltà minoica e italiana preromana; ma soprattutto in quella micenea, ove il C. assunse forme più slanciate, a differenza di quelle in uso nel mondo greco-classico. Tutti questi primi modelli erano dotati di due anse, caratteristica che fu abbandonata in età romana, durante la quale i C. furono realizzati in oro e argento, ma anche in vetro e argilla.
Camagon. Legno duro, color bruno venato di scuro, proveniente da un albero delle Filippine ed impiegato in ebanisteria.
Caminiera. Questo termine, designante sia la cassetta della legna per il caminetto che il parafuoco di metallo, dalla metà del Seicento ha anche indicato lo specchio appeso sulla parete al di sopra del caminetto; una decorazione che divenne quasi abituale nel Settecento, specie nel mondo anglosassone. Queste specchiere, generalmente divise in tre parti, di cui la centrale pi larga, avevano cornici dorate o laccate e alle volte in vetro. Nell’800 la C. si diffuse pure in America, con forma rettangolare e le tre sezioni delimitate da modanature e colonnine, sostenenti un cornicione superiore di chiusura.
Camino. Ancora non accertata è l’origine e la data di nascita non approssimativa di questo impianto domestico, costituito da un ripiano ove accendere il fuoco, da una cappa per convogliare i prodotti della combustione e da una canna fumaria, atta ad espellere gli stessi. Nel Medioevo si ha notizia dei primi C. che erano però situati nel centro di vasti ambienti (per lo più cucine di conventi), con una grande cappa sospesa al soffitto. Solo nel sec. XIII si hanno i primi esemplari ricavati nello spessore delle mura ed addossati quindi alla parete. Tenendo presente la derivazione del moderno C. da quello a pianta centrale, è stata ragionevolmente avanzata l’ipotesi che l’idea del C. sia da ricollegarsi direttamente ai focolari posti nell’atrio delle case romane; ambiente che, grazie forse anche a soffitti modellati a forma di piramide cava, poté costituire l’embrione dei grandi C. medioevali, siti al centro della stanza (che si chiamava “caminata”); tra l’altro, secondo alcuni, il nome stesso di atrio deriverebbe dall’annerimento (da aler, “scuro”) prodotto sulle pareti dal fumo del focolare.Il C. godette gli ultimi momenti di favore europeo col Neoclassicismo e lo stile Impero, in modelli di severa eleganza ravvivati dalla policromia dei marmi impiegati, e segnati naturalmente da una generale ispirazione anticheggiante (in grand’auge le cariatidi laterali) nelle parti ornamentali preferibilmente realizzate in bronzo. Poi nell’Ottocento la scoperta di mezzi e strumenti di riscaldamento più efficaci e meno costosi determinarono il declino del C., che continuò ad essere introdotto negli ambienti per ragioni squisitamente decorative.
Cammeo. Con questo termine derivante da un latino chamaephaeus lapis (“gemma a fondo scuro”) ed introdotto solo alla fine del sec. XIII, s’indica genericamente una gemma lavorata a bassorilievo; ma più propriamente quei lavori utilizzanti gli strati diversamente colorati delle pietre dure, per differenziare i vari piani del rilievo. Tale tipo di lavorazione veniva eseguita per mezzo di mole di diversa durezza. La sua origine risale probabilmente (precedenti del C. si possono considerare alcuni pendagli dei periodi ionico arcaico e etrusco arcaico) all’epoca ellenistica nelle corti dell’Asia Minore e dell’Egitto. La pietra più usata era la sardonice indiana; nel cui strato superiore, color avorio, erano intagliate le figure mentre quello inferiore, color bruno chiaro, era sfruttato come sfondo; alle volte un terzo strato più scuro superiore era usato per raffigurare i particolari. E da ricordare che in epoca romana e già in quella precedente ellenistica, oltre alla sardonice, varie altre pietre (agata, corniole, diaspri ecc.) e altri materiali (corallo, ambra, conchiglie) erano stati largamente impiegati per l’esecuzione del C., di cui un rilevante campionario è conservato in Italia al Museo Archeologico di Firenze. In tempi moderni la pratica della glittica è decisamente scaduta artisticamente, rimanendo relegata a particolari lavorazioni eseguite in gioielleria.
Campana. Strumento musicale idiofono a percussione, del quale si conoscono due tipi fondamentali: “a forma di tazza e poco profonde, percosse esternamente con un martello, e più o meno coniche e profonde con un battaglio”. Non chiara l’etimologia della voce; la più antica ipotesi, ancora oggi da alcuni accettata, fa derivare C. da Campania, perché in questa regione italiana, a Cimitile nel sec IV, Paolino da Noia avrebbe fatto costruire le prime torri campanarie. La fusione delle C. divenne una pratica comune nel Medioevo, esercitata dapprima dai monaci, ma dal sec. XIII più comunemente da fonditori laici che si spostavano ov’erano richiesti e che si tramandavano lungo i secoli la professione in famiglia. In Italia furono famosi quelli pisani e poi, dal sec. XIV, anche i fiorentini. In Europa fu famosa la scuola di Anversa, cui si fa risalire il merito di aver stabilito la terminologia specifica relativa alla C. Tra le C. più grandi in Italia quelle di S. Pietro (q 140) e del Campidoglio (q 87) a Roma, città che ne ha il maggior numero; quella di S. Ambrogio (q 150) a Milano e quella del Palazzo Vecchio (q 85) a Firenze. La C. più grande è la Zar kolokol (q 1981), conservata al Cremlino dopo esser precipitata dalla sua torre. Oltre all’Italia, assai ricche di C. sono la Russia (prima della guerra era la nazione più fornita nel mondo), l’Inghilterra, la Germania, la Svizzera, la Spagna, mentre molte di quelle francesi andarono distrutte durante la Rivoluzione.
Candelabro. Con questo termine, designante in origine un qualsiasi elemento atto a sostenere fonti luminose di vario tipo, s’indica attualmente un candeliere di grandi dimensioni. In uso già presso i Greci (non ci è però rimasto alcun esemplare), gli Etruschi e i Romani, fu generalmente realizzato in marmo o bronzo, con un bacinella superiore in cui si bruciavano sostanze resinose o essenze odorose.
Candeliere.
Fusto di legno, ceramica, metallo, vetro o altro materiale,
provvisto di una base di varia foggia e di un incavo o di una punta in cui
infilare la candela; sotto a questa è in genere un piattino circolare per
raccogliere la cera, particolare introdotto però in epoca già avanzata. Non rari
sono gli esemplari per più candele, tra cui alcuni hanno particolari
denominazioni, come APPLIQUE, DOPPIERE e
GIRANDOLE. In molti casi la distinzione tra C. e
CANDELABRO
è
piuttosto soggettiva, in quanto
i C., a partire all’incirca dal Rinascimento, hanno prevalentemente seguito le
forme dei candelabri con dimensioni ridotte. La nascita del C. è stata
sicuramente originata dalla necessità di poter maneggiare più agevolmente le
torce o altre simili fonti di luce. Esso è comunque presente in antiche civiltà,
quali l’egizia, la greca, la romana e particolarmente diffuso in quell’etrusca,
come ci testimoniano diversi passi dell’Odissea e della Bibbia, numerosi
reperimenti archeologici ed anche alcune raffigurazioni (ed es, nell’Arco di
Tito a Roma).
Con il Neoclassicismo e l’Impero anche i C. seguirono l’evoluzione stilistica,
adottando forme ret- tilinee e squadrate (sovente il fusto è una figura ispirata
all’antico) e le classiche omamentazioni in auge all’epoca; tra i materiali
assai usati il marmo e il vetro tagliato, oltre che l’argento e il bronzo. Da
registrare la diffusione dei C. in ceramica, prodotti dalle migliori fabbriche
italiane. Successivamente pure i C. furono soggetti alla moda dei vari
revivals, per declinare infine rapidamente coll’avvento delle moderne forme
d’illuminazione.
Canna. Pianta della famiglia delle Graminacee, dallo stelo lungo e resistente, cavo tra i vari nodi ch’essa presenta. La C. intrecciata è stata usata nei secoli XVIII e XIX quale copertura di sedili, schienali e testate di letti. Il suo legno è stato impiegato anche per la costruzione di mobili rustici.
Canovaccio. MERLETTO lavorato a TOMBOLO, caratterizzato da un fondo a rete molto rado, sul quale è una decorazione realizzata con disegni molto semplici; tipico prodotto contadino, diffuso in Europa sin dal sec. XVI.
Canterano. Tipo di CASSETTONE a quattro o più cassetti sovrapposti Tale denominazione è particolarmente usata in Toscana.
Cappuccina. Traduzione italiana dell’originario termine francese capucine, con il quale si designa correttamente un orologio portatile da appoggio, appartenente al tipo della PENDOLE DE VOYAGE e della PENDULE D’OFFICIER. La C. è peraltro molto semplice “con cassa di ottone, campanello alla sommità, carica della sveglia a tirante”. Ebbe particolare diffusione tra il 1750 e il 1850.
Carabina.
Il nome C. deriva dal francese carabine. Si tratta infatti
di un fucile leggero e corto, di cui sembra che fossero dotate in Francia (fine
del sec. XVI) le milizie della cavalleria leggera. Quei soldati sarebbero stati
chiamati “carabins”. Originariamente la C. presentava un sistema di accensione
con piastra a ruota, o a percussione, o con piastra a fucile. Varianti del tipo
e lunghezze diverse fanno parte della storia, ben documentata, di questa arma in
Inghilterra, dal sec. XVII al XVIII.
Famoso il modello di C. brevettato da Christopher Spencer nel 1860 (Stati Uniti
d’America). La C. Spencer era lunga 48 cm,. il caricatore conteneva sette
cartucce e il meccanismo facilitava un tiro rapido.
Caraffa. Recipiente per liquidi usato in tavola, simile all’ACQUERECCIA; può presentarsi come una semplice brocca con manico e beccuccio o costituita da un corpo globulare e collo lungo e stretto, talvolta fornita di coperchio; quest’ultimo tipo è caratteristico della produzione islamica sin dall’età medioevale. La C. è stata realizzata in ceramica, in metallo (argento, peltro), ma partìcolarmente in vetro. Centri importanti di produzione del tipo vitreo tra i secoli XVI e XVIII furono Venezia e l’Andalusia; nei sec. XVIII si diffuse anche in Inghilterra: “notevole un tipo di bottiglia dalla base particolarmente espansa, detto ship decanter, o caraffa per navi, perché pare sia stato creato... proprio per uso di bordo”. Un altro tipo particolare di C. inglese, adoperata per servire il punch, è il cosiddetto PUNCH UFTER. In peltro sono da registrarsi: la C. detta “di Rembrandt”, tipica del Seicento olandese, con corpo stretto e collo alto e sottile; la C. “vallese”, prodotta in Svizzera e in particolare appunto nel Vallese, formata da un corpo globulare schiacciato e un lungo collo terminante con una larga svasatura.
Carrozza.
Vettura per persone a quattro ruote, trainata da cavalli. Solo
nel sec. XIII s’inizia a parlare di C. quali veicoli, detti più comunemente
“carrette”, e che in pratica ricalcavano i modelli dei carri da trasporto, già
largamente in uso nel Medioevo. Sulle tradizionali forme quadrangolari furono
dapprima apportate solo migliorie estetiche, ad uso della nobiltà e dell’alto
clero. La C. con cui Gregorio x entrò a Milano, era già chiusa e provvista di
finestrini. Naturalmente questi primi esemplari erano impiegati soprattutto in
particolari occasioni, come la C. costruita a Milano per le nozze di Galeazzo
Visconti e Beatrice d’Este. Ma nel sec. XIV le C. aumentarono già
considerevolmente di numero, facendo registrare anche innovazioni
tecniche come le sospensioni, le balestre, o il baldacchino; infine nella prima
metà del sec. XV furono introdotte in Italia dall’Ungheria C. con cassa non più
appoggiata direttamente al telaio, ma sospesa mediante cinghie o catene; modello
che fu detto “veronese”.
Nel sec. XVI le C. si diffusero ampiamente in Italia (a Ferrara nel 1534 era
sorta un’officina specializzata), discretamente nei paesi di lingua tedesca,
scarsamente in Francia e quasi per niente in Inghilterra. Patrimonio delle
famiglie reali o dell’alta nobiltà, ma anche dei cardinali (sebbene tale uso
fosse avversato senza successo dai papi), la C. divenne anche un simbolo di
sfarzo e di rivalità, con ricco sfoggio di ornamentazioni intagliate, dipinte,
dorate, tessute sulla cassa, pressoché uguale nei vari modelli. Comunque il
Seicento vide la piena affermazione di questo veicolo; a Milano già sulla fine
del Cinquecento ve ne erano in circolazione quasi duemila e a Parigi nel 1600
furono istituite le prime C. pubbliche. Aumentò ulteriormente la ricchezza e
l’esuberanza decorativa, con parti dipinte e scolpite, anche a tutto tondo,
estese non solo alla cassa ma a tutte le parti della C.; e con la partecipazione
talvolta anche di artisti famosi quali progettisti o decoratori, come per la C.
imperiale austriaca, dipinta da Rubens, e come per i modelli francesi ideati da
Le Pautre e Bérain. Infatti col regno di Luigi XIV, Parigi diviene il più
importante centro europeo nella realizzazione delle C., mentre in Italia
mantengono un alto livello sia Milano che Napoli, come dimostrano i lussuosi
esemplari conservati al Museo di 5. Martino di Napoli. L’ottocento vide pure
l’affermazione dette C. omni- bus e delle diligenze quali mezzi di
trasporto pubblico dentro e fuori le città; ma sul finire vide infine anche la
introduzione dell’automobile, che pur prendendo a prestito le fogge delle C. per
i suoi primi modelli, ne segnò il rapido declino, relegandola a veicolo
folkloristico o d’amatore, oppure ad oggetto da collezione museale o, in casi
invero rari, privata.
Casa di bambola. E un ambiente, unico o suddiviso in più locali, nel quale viene ricreato in scala ridotta l’interno di una casa adatta ad una o più BAMBOLE di piccolo formato; gli esemplari più pregiati risalgono alla fine del XVII o al XVIII sec. e si presentano come case viste in spaccato, disposte su più piani, arredate con mobili e suppellettili in scala ridotta. Come tali costituiscono un importante elemento di conoscenza dell’arredamento dell’epoca cui si riferiscono.
Cassa. Questo termine, la cui etimologia è incerta, indica un contenitore di forma rettangolare, che costituì senza meno uno dei mobili domestici più primitivi. Adibito oltre che al contenimento dei più vari oggetti e materiali, ebbe anche funzione di sedile e forse di giaciglio. Ma sin dal Medioevo cominciò ad essere usata esclusivamente quale ripostiglio, evolvendosi come mobile di arredamento nel CASSONE e poi nella CASSAPANCA, mediante l’aggiunta di accessori ed ornamentazioni.
Cassapanca. Mobile rinascimentale italiano, formato da un CASSONE munito di dorsale e, alle volte, di braccioli, che poteva essere usato quale sedile e ripostiglio. Originalmente ed usualmente poggiò su un’ampia base con uno o più gradini. Il piano del sedile, fissato con cerniere, costituiva il coperchio ribaltabile del ripostiglio. In auge soprattutto a Firenze — ove ne comparvero i primi modelli nella seconda metà del Quattrocento — la C. fu costruita prevalentemente in noce, con ornamenti intarsiati, o in pastiglia. Successivamente nel Cinquecento, quando assunse forme più imponenti, fu arricchita spesso da sculture a tutto tondo sul dorsale o sui braccioli. Nata come mobile funzionale, nel sec. XVII la C. fu sostituita, quale sedile, dal DI VANO — che probabilmente è un suo derivato diretto — e quale ripostiglio, da altri mobili (cassone, baule ecc.), rimanendo un elemento di rappresentanza o di parata. La C. fu in uso anche in altri paesi europei, particolarmente in Inghilterra (sin dall’epoca tardo-gotica), ove ne fu costruito un modello singolare che poteva essere trasformato in tavolo, colla rotazione della a piedi piramidali o conici: modelli in cui eccelse su tutti il lombardo STILE MAGGIOLINO. Solo collo stile Imperspalliera, fissata su appositi cardini. Coll’avvento del Neoclassicismo si tornò alle linee diritte, ma con dimensioni sempre leggere e slanciate do tornarono in auge i grandi cassettoni di forme imponenti e d’impostazione architettonica.
Cassettone. Questo mobile si origina nel sec.XVI come derivazione dal CASSONE, allorché a questo si aggiunsero cassettini nella parte bassa, inferiore allo scomparto raggiungibile coll’apertura dall’alto; nel corso del sec. XVI e poi nel successivo il C. assunse la sua forma definitiva, soppiantando il cassone. Genericamente esso corrisponde alla commode francese e al chest ofdrawers ed affini inglesi.
Cavillo. Termine che ha lo stesso significato di craquelé, o craquelure; ossia screpolature, incri- natura della superficie, quale si manifesta, sia sui dipinti antichi su tavola o su tela, sia come fenomeno che si produce, intenzionalmente o casualmente sulla vernice smaltata delle ceramiche. La causa del C. deriva, in quanto difetto accidentale, da disparità di contrazione ed espansione dell’oggetto ceramico nella cottura, Se invece trattasi di effetto decorativo voluto, esso viene provocato e controllato, adottando particolari accorgimenti. Furono i Cinesi che per primi considerarono la craquelure o il C. quale fattore estetico del pezzo ceramico. L’effetto intenzionale del C. verrà imitato in occidente a partire dal sec. XIX, ricoprendo il vasellame con una vernice speciale e immergendolo subito dopo la cottura in un bagno di acqua fredda. Dal lato della etimologia, la parola C. deriva dal verbo cavillare, adattamento (sec. xix) del lombardo “caveliss” da “cavel”, capello.
Cera persa o perduta, fusione a. Viene così chiamata una tecnica della fusione del bronzo, basata sull’esecuzione di un modello in cera, che viene poi fuso e perso definitivamente senza possibilità di ottenerne altre fusioni. In pratica la tecnica consiste nel modellare la figura o l’oggetto desiderato in cera spalmata intorno a un nucleo di argilla mista a gesso; nel ricoprire il tutto con terra refrattaria di natura simile all’involucro interno, e di praticarvi una serie di canaletti perla fuoriuscita della cera, dell’aria e dei vapori, durante la fusione; l’involucro viene poi cotto nel forno sino alla liquefazione della cera che defluisce dai fori, lasciando un vuoto che verrà poi colmato dalla gettata del bronzo fuso; dopo di che si stacca la copertura esterna e si rimuove il nucleo interno, attraverso un’apertura appositamente lasciata. Si avrà così un bronzo cavo che dovrà essere sottoposto a vari lavori di rifinitura, quali l’eliminazione dei segni dei canaletti, delle incrostazioni e delle scorie depositate dal fuoco, nonché infine l’opera di spazzolatura, cesellatura dei particolari, patinatura, brunitura ecc. La qualità della fusione dipende naturalmente da una quantità di sfumature ed accorgimenti, in primo luogo dalla sottigliezza, l’uniformità e la leggerezza dello strato della cera.
Chiacchierino. Tipo di MERLETTO molto leggero: “si compone di nodi e di PIPPIOLINI i quali formano degli anelli o dei semicerchi... Il vocabolo ‘frivolité’, essenzialmente francese, è adottato in quasi tutti i paesi dell’Europa... gli Orientali hanno conservato l’antico nome di ‘makouk’, termine derivato dalle spolette che servono a eseguirlo”. Proprio il rumore originato dalle spolette durante la lavorazione si pensa abbia fatto dare la denominazione di C. a questo merletto, adoperato sia per guarnire oggetti di abbigliamento che per ornare cuscini, cortine, portiere ecc.
Chippendale, stile. Fino dalla metà del Settecento, colla pubblicazìone nel 1754 del The Gentleman and Cabinetmaker’s Director di Thomas Chippendale (1718-1779) fu codificata la nascita di uno “stile Chippendale”. Ma, grazie soprattutto al vasto credito acquisito dal suo autore, sotto tale denominazione fu genericamente compresa la quasi totalità dei mobili costruiti in Inghilterra (nel Director era illustrato quasi ogni tipo di mobile allora in circolazione all’incirca tra il 1740 e il 1780; mentre più pertinentemente si può affermare che lo stile C. abbia costituito la più rappresentativa manifestazione, nel settore della mobilia, dell’affermazione del Rococò in Inghilterra. Infatti proprio l’eterogeneità d’ispirazione che guidò il C. nella sua produzione, rende impossibile indicare delle caratteristiche costanti, riscontrabili nell’arco della sua copiosa e lunga attività, che passò dal tardo Barocco e il Rococò al Neoclassicismo con immutato successo.
Ciabatta o Scarpetta. Rivestimento in bronzo dorato posto sul piede di alcuni mobili, particolarmente quelli francesi in stile Luigi XV.
Cioccolatiera. Questo recipiente, creato per mescere la cioccolata, fu introdotto alla fine del sec. XVII, in seguito alla diffusione in Europa della suddetta bevanda. Realizzato in diversi materiali (ceramica, porcellana, terraglia, peltro) ma principalmente in argento, ha forme simili alla CAFFETTIERA. Se ne distingue per l’apertura situata in mezzo al suo coperchio, che ha la forma di cono mozzo, onde consentire lo scorrimento della piastrina di chiusura del foro; in questo s’introduceva il bastoncino per mescolare la cioccolata; spesso il coperchietto del foro porta un bottone ornamentale. La C. può essere munita di una catenella, che unisce il coperchio al manico. I migliori esemplari italiani in argento furono realizzati nel Settecento in stile rococò o neoclassico, per lo più con forme ovoidali a pera, non di rado assai panciute, montate su piccoli piedini e percorse da baccellature longitudinali parallele o a spirale, creanti movimenti di pronunciata torsione; ma non mancano anche modelli a superfici lisce, specie nella seconda metà del secolo. I manici erano generalmente diritti, con parziale impugnatura di legno per via del calore; ma furono anche modellati ad ansa curvilinea, serpentiforme o diritta, con uno o due attacchi. Spesso la C. fu usata anche come lattiera o come bricco per l’acqua calda; in questi casi ha però generalmente un beccuccio più sporgente.
Cofanetto. Piccola cassetta, impreziosita dalla qualità del formato e dei materiali impiegati nella sua costruzione e decorazione. Generalmente presenta la forma di un COFANO di ridotte dimensioni, ma può anche essere quadrato, ovale, tondo o poligonale, con coperchio piano o semicilindrico. Sin dall’antichità sono stati costruiti C. soprattutto per custodire gioielli, oggetti e documenti di valore, quindi con ricche ornamentazioni e muniti di speciali serrature. Oltre al legno, i materiali più usati sono stati l’avorio (come nei particolari modelli bizantini), l’osso intagliato, la pastiglia dorata con figurazioni cavalleresche a rilievo (C. veneti e toscani del Duecento e Trecento), l’ebano, i metalli preziosi, le pietre dure, il corallo, la madreperla (materiali quest’ultimi largamente impiegati durante il Rinascimento) ecc. A differenza del cofano, il C. continuò a godere larghi favori anche dopo il Rinascimento, seguendo l’evoluzione degli stili, con nuove utilizzazioni di legni, tecniche d’intarsio e rifiniture in materiali pregiati, parallele a quelle registrate nella produzione dei mobili. Contenitore a forma di cassa o cassone, ma di qualità più ricercata, generalmente è caratterizzato da un coperchio a cono tronco o bombato, da rivestimenti esterni in pelle o altro materiale, da fasce di rinforzo in metallo e spesso da maniglie per facilitarne il trasporto. Se di ridotte dimensioni il C. è chiamato COFANETTO. Un C. particolare è il FORZIERE, in quanto più robusto, provvisto di serrature e diviso all’interno in scomparti. Il C. è uno dei mobili di più antica diffusione. Gli Egizi se ne servirono sia per usi domestici, quale contenitore di svariati oggetti, sia per specifici usi funerari, come quelli destinati a conservare i libri sacri. Già i C. egiziani venivano frequentemente decorati all’esterno, per lo più con scene dipinte, relative al culto dei morti.
Coloniale americano, stile. Termine cronologico e non specificatamente stilistico, col quale si definiscono l’architettura e le arti decorative degli Stati Uniti, durante il periodo antecedente la Rivoluzione americana. Esso si riferisce quindi in pratica alla fine del sec. XVII, in quanto assai poco ci è rimasto dei mobili precedenti costruiti nello stile JACOBEAN, e soprattutto alla produzione settecentesca, riflettente principalmente gli stili inglesi William e Mary, Queen Anne e Chippendale, con una presenza solo sporadica di mobili ispirati al “Primo Georgiano” . Tra i mobili più diffusi in America dall’inizio del sec. XVIII sino addirittura al sec. XX, furono senz’altro le sedie WINDSOR, popolari tanto nelle dimore signorili che in quelle rustiche. Esse si differenziarono dai modelli inglesi soprattutto per l’assenza dello SPLAT intagliato nella spalliera, per le gambe tornite e più allargate in fuori e per il maggiore spessore del sedile; assai popolari furono pure i divani Windsor a due posti.
Comodino. Mobiletto diffusosi nel sec. XVIII, quale piccola COMMODE da tenersi accanto al letto. Generalmente quadrangolare e con ripiano in marmo, aveva uno o più cassettini in alto e uno sportello in basso. Nel sec. XIX ne furono costruiti anche di forme particolari, a colonna o a calice ecc.. Frequentemente furono realizzati in coppia per le camere matrimoniali. Il C. è spesso chiamato impropriamente “tavolino da notte”, equiparandolo a piccoli tavoli adibiti al medesimo uso.
Conchiglia. La C. è stato uno dei motivi decorativi dominanti del ROCOCÒ, ma il primo diffuso manifestarsi di sue figurazioni nel mondo dell’arte è da ricercarsi nell’architettura e nella scultura del Cinquecento, e più particolarmente durante il MANIERISMO, quando la C. è sempre presente in quelle pittoresche e fantasiose sistemazioni di giardini, ricchi di grotte ed anfratti artificiali. Un’evoluzione ornamentale che si ricollega a quella precedente dell’ARABESCO e delle GROTTESCHE, e che fu raccolta ed ampliata dal secolo del BAROCCO, specie in Francia, ove dalla fine del regno di Luigi XIV a tutto quello di Luigi XV, preceduto dalla fase transitoria della Régence, si sviluppa “la moda ornamentale bizzarra, con rabeschi, grottesche e cartocci, conchiglie”. Comunque, dalla fine del sec. XVII, la C. viene sempre più frequentemente intagliata, scolpita, cesellata, dipinta tanto nella mobilia che nell’argenteria, per raggiungere nel Settecento una vera e propria mania, denominata in Francia anche stile Coquille. Con forme ed accoppiamenti (con altri motivi vegetali) diversi, a seconda degli stili e dei paesi, il motivo della C. si diffuse ampiamente, oltre che in Francia, in tutta Europa, particolarmente in Inghilterra, dove divenne una decorazione basilare dello stile QUEEN ANNE.
Conoscitore. Generalmente colui che attribuisce un’opera d’arte ravvisandone l’autore (v. anche ATTRIBUZIONE). Ma il C. è inoltre chi sa riconoscere l’autenticità, originalità, stato di conservazione (in questo caso l’abitudine dell’occhio critico esige la conferma della analisi tecnico-scientifica), la qualità dell’opera d’arte. La figura del C., nel senso più completo, si identifica con quella del critico d’arte particolarmente dotato di memoria visiva e di intuizione. Nella sua più generale accezione indica familiarità con le caratteristiche di epoche, scuole e singoli maestri unita ad una sottile capacità di distinguere le imitazioni dalle opere originali”. La scienza del C. e l’attività dell’attribuzionista si intrecciano variamente — sovente nel sistema della storia dell’arte, o sul piano metodologico, o nella realizzazione di cataloghi di mostre e di opere in collezioni pubbliche e private — presso numerosi critici dei secoli XIX e XX. Inutile aggiungere che la connoisseurship, dal sec. XX in poi ha tratto e trae enorme vantaggio dalla scoperta della fotografia e dalla tecnica della riproduzione meccanica delle opere d’arte in bianco e nero e a colori. L’esistenza di fototeche pubbliche e private rappresenta pertanto (ma nella
consapevolezza che non si tratta degli originali) un ausilio prezioso nelle attribuzioni.
Conservazione, stato di. Espressione con la quale nel linguaggio degli antiquari, dei collezionisti, ma anche degli storici dell’arte, si indica lo stato in cui si presenta un oggetto d’arte in relazione all’inevitabile usura del tempo; determinante per definirlo è l’accertamento della presenza di eventuali restauri e della loro estensione, la individuazione della necessità di ulteriori interventi intesi a rimuovere precedenti risarcimenti per effettuarne di più validi; spesso è necessario servirsi, specie nel caso di pitture, di strumentì di laboratorio (indagini radio- grafiche, analisi chimiche dei colori ecc.). L’accertamento del reale stato di conservazione di un’opera d’arte è elemento di fondamentale importanza per stabilirne il suo valore commerciale; nel caso di opere assai antiche, anche se frammentarie o in precario stato di conservazione, l’interesse dell’amatore e del collezionista sarà sempre vivace; opere relativamente recenti, di più facile reperibilità, che si presentino in cattivo stato di conservazione possono addirittura risultare prive di qualsiasi apprezzabile valore commerciale. L’espressione, data l’importanza che il problema ha, sia per il mercato antiquariale che per l’indagine storico-critica, compare di frequente nelle indicazioni contenute in cataloghi di vendite, collezioni e musei, in monografie, schede inventariali ecc. Di solito l’indicazione della conservazione è data mediante un aggettivo: ottima, buona, scadente, pessima ecc.
Console. Nome francese, la cui traduzione letterale è mensola, con cui s’indica un tipo di tavolo da parete, privo delle gambe posteriori e poggiante su sostegni di legno, chiamati appunto consoles. Collocata generalmente sotto specchi a muro, la C. si diffuse in Francia sotto Luigi XVI. Col termine C. — che in Toscana è stato italianizzato nella voce “consolle” — si chiama spesso impropriamente qualsiasi tavolo da parete. La C. invece è sempre fissa alla parete, in cui spesso è incastrata; ed è creata con fini più decorativi di rappresentanza che funzionali; sul suo piano, per lo più sagomato e non troppo sporgente, e generalmente in marmo, erano posti oggetti ornamentali, quali bronzi, piccole sculture, vasi, porcellane, pendole ecc.
Controintarsio. E così chiamato in ebanisteria un INTARSIO abbinato di disegni eguali, realizzato però con legni diversi. Esso si ottiene disegnando e ritagliando i motivi desiderati su due lastre di pari spessore dei legni prescelti, tenuti fermi da morse.
Conventina. Sedia di
campagna, derivata da antichi modelli toscani e diffusasi nell’Ottocento anche
in altre regioni italiane. Presenta il sedile impagliato, lo schienale a giorno,
con una sola traversa orizzontale, le gambe tornite
o squadrate a birilli, interrotti da cubi.
Copia. Riproduzione più o meno fedele di un’opera d’arte originale, o autografa. Il problema complesso della C., legata alla fortuna di un maestro o di un’opera, rientra nel fenomeno mutevole della storia del gusto e del collezionismo. D’altra parte la esigenza critica di distinguere tra la C. e l’ORIGINALE partecipa pienamente delle difficoltà, esperienza, intuizione, memoria visiva, cognizioni tecniche del CONOSCITORE. Non va dimenticato inoltre che le C. rispetto agli originali, rappresentavano un tempo un mezzo di diffusione e di moltiplicazione di “invenzioni”, modelli, prototipi di un maestro conservati e tramandati, nel caso dei disegni, nei taccuini o libri di pittori e miniatori. Importante è la differenza tra la C. e la REPLICA. Quest’ultima infatti va intesa come una ripetizione del maestro o autore, di un’opera che rappresenta un modello o prototipo. I motivi per replicare un dipinto o una scultura, possono essere diversi. L’artista ripete un tema di successo per il desiderio di un committente collezionista o per migliorare il modello-prototipo apportandovi eventualmente delle varianti, o per il difetto del materiale adoperato. Non si dimentichi inoltre che le C. di altri artisti da celebri originali, costituiscono vere e proprie reinterpretazioni. Rubens, Rembrandt, Velàzquez, Goltzius, i Carracci, furono ad esempio i copisti di opere di Tiziano, Raffaello, Polidoro da Caravaggio ecc. In conclusione è interessante, per la storia del gusto, l’osservazione del neoclassico F. Milizia (1797): “le buone copie, benché prive delle finezze dell’originale, e delle grazie della mano maestra, conservan però la composizione, il gusto generale del chiaroscuro, del colore e del disegno: onde sono pregevoli. Sono pregiatissime dagli Amatori, se le hanno per originali, e rigettate subito con isdegno dacché sono avvertiti esser copie”.
Cornice. Con questo termine s’indica in architettura la fascia aggettante, con cui si conclude la facciata di un edificio; ma anche più genericamente qualsiasi modanatura sporgente che delimiti una superficie architettonica, come ad es. la C. marcapiano, le paraste che articolano e dividono la superficie della facciata, le modanature inquadranti porte e finestre. In molti casi si usa più abitualmente il termine cornicione, che deriva da quello di C. Come scrive M. Pepe (DCA 1978), “in rapporto alla pittura — e meno frequentemente al bassorilievo — si adopera C. per designare l’elemento, di solito ligneo, di diversa forma (quadrata, rettangolare, circolare, sagomata ecc.) che contiene e circoscrive la composizione, così da isolarla. dal resto dell’ambiente, collocandola in un’autonoma dimensione”. Rimane d’accennare almeno al largo impiego, oltre a quello più abituale del legno, di altri materiali. In primo luogo ricordiamo il BRONZO e l’ARGENTO, con cui vennero eseguite, a partire dal Seicento, numerose C. in genere di misure ridotte, ma anche per specchiere o per particolari dipinti di rappresentanza. Assai diffuse furono pure le C. in tartaruga; non mancarono poi nel Sei e Settecento C. più peculiari di ceramica e porcellana. Infine le applicazioni o gli intarsi decorativi furono realizzati con svariati materiali, dall’argento, il bronzo e il ferro dorato, alle pietre, i coralli e le conchiglie.
Cornucopia. (Dal lat. cornu copiae, “corno dell’abbondanza”). Vaso a forma di corno, ricolmo di fiori e frutta, simboleggiante l’abbondanza o la fertilità (e poi per estensione altre qualità positive, come prosperità, fortezza, vittoria ecc.). Di origine classica (più di una leggenda mitologica è collegata alla sua nascita), spesso presente nell’arte greca e romana, soprattutto quale attributo degli dei; presso i romani fu anche l’emblema delle monete imperiali romane. Dal Rinascimento all’Ottocentola C. compare sovente in opere di pittura e scultura.
Cortina. Termine con cui si designa il tendaggio che si usava porre sopra e intorno alletto, o con cui s’isolava momentaneamente (in genere per la notte) una parte della stanza da letto dal resto dell’ambiente. La C. fu assai diffusa sin dal Medioevo per tutto il Rinascimento. C. sono anche chiamate le tende poste a decorazione di finestre (pratica già in uso nel Seicento), di porte ecc. forma di arredamento tutt’ora in auge.
Craquelure, Craquelé. Termini francesi (cui corrispondono, in italiano, “cretto”, “screpolatura”, poco usati) adoperati per indicare le spaccature e i solchi che si formano, per cause diverse, nelle vernici e nei colori di una superficie dipinta a tempera o ad olio. Nel caso della ceramica e della porcellana il fenomeno della screpolatura è determinato da differenze di espansione e di contrazione del pezzo in terracotta e della relativa invetriatura nel corso della cottura. Si tratta perciò di un difetto di fabbricazione dell’oggetto in ceramica o porcellana che può essere accidentale e imprevisto, ma può essere anche voluto, intenzionale e controllato, per un effetto decorativo di pregio. Sappiamo sicuramente che la screpolatura nei vasi cinesi del tardo periodo Sung era procurata artificialmente. In questo significato la parola inglese è crackle o crozing.
Credenza. Questo vocabolo, per il suo particolare significato di “assaggio precauzionale” a cui i cibi venivano sottoposti prima di essere serviti nelle case signorili medioevali, fu adottato per indicare quei tavolini bassi, collocati accanto alla mensa, e sui quali venivano posate le vivande per essere sottoposte a tale pratica da parte del “credenziere”, la persona addetta alla dispensa. Con tale termine si continuò poi ad indicare, per un’analogia d’impiego, quei mobili a forma di basso e largo armadio, con sportelli e sovente con una fila superiore di cassetti, adibiti al contenimento dei servizi da tavola o a quello momentaneo dei cibi. Questo mobile, tipicamente italiano e in uso dal Rinascimento all’Ottocento, trasse probabilmente le sue forme dai cassoni trecenteschi; ma potrebbe anche essere derivato da quei tavoli. spesso provvisti di spalliera e baldacchino, situati accanto all’altare, e sui quali il sacerdote collocava i servizi necessari per dire messa. La C. continuò ad avere per tutto il sec. XIX grande diffusione, divenendo un mobile tipicamente borghese, spesso costruito in coppia, colla denominazione francesizzante di buffet e controbuffet.
Cristalleri. Erano così detti a Venezia in epoca medioevale gli artefici che lavoravano il CRISTALLO DI ROCCA; “sotto determinate condizioni avevano pure la facoltà di fabbricare... lenti da occhiali in vetro”.
Cristalliera. Denominazione alternativa per una credenza o un armadio a più ripiani e con parte degli sportelli a vetri, detti anche VETRINE.
Cristallo di Boemia. Denominato in tedesco Kreideglas, ossia vetro calcico per la presenza di una base calcica — o meglio calcio-potassica — nella sua composizione, fu prodotto in Boemia dall 1670 ca. “Attraverso un attento processo di raffinazione e con l’introduzione della calce (o della creta) nella miscela si otteneva un vetro analogo per qualità al cristallo piombino e da questo differenziato per maggior durezza, resistenza e leggerezza: la sua compattezza e la mancanza di colorazioni lo rendevano particolarmente adatto alla lavorazione alla mola”. La tecnica si diffuse successivamente in Germania, particolarmente nella Slesia, dando luogo ad una varia produzione, assai apprezzata dai ricchi committenti tedeschi del sec. XVIII. Intorno alla metà del sec. XVIII iniziò però la decadenza delle manifatture boeme e slesiane, determinata da motivi politico-economici ma anche dalla diffusione del procedimento di fabbricazione del cristallo a base piombica, di costo inferiore. La ripresa della vetraria boema nei primi decenni del sec. XIX fu determinata dall’invenzione di altri tipi di vetro, prevalentemente colorato, quali l’Annagelb e I’ANNARGUN, lo HYALITHGLAS e il LYTIIYALIN, oltre che da una sapiente utilizzazione “del vetro opaco completamente nuovo per l’Europa e che avrebbe resistito a ogni tentativo di imitazione da parte delle fabbriche straniere”.
Cucchiaino da fiuto. Introdotto nel sec. xviii, il cucchiaino da fiuto era usato per estrarre dalla tabacchiera una piccola quantità di tabacco da porre sulla mano per fiutarla. Munito di un sottile gambo, era custodito in apposito astuccio da portarsi in tasca insieme alla tabacchiera.
Curioso.
Termine affine ad AMATORE e collezionista di
oggetti d’arte, che stimolano la curiosità. La figura del
C.,
nel sec. XVIII, rispecchia un tipo di collezionismo meno
orientato e limitato, ad esempio, ai soli disegni o dipinti o sculture di
periodi o correnti artistiche particolari.
Si tratta al contrario di un tipo di collezionismo, che può essere anche
esigente e raffinato, ma vario, strano imprevedibile. La parola era adoperata in
Francia anche nel significato di artista “ricercato”. Curieux — secondo
H. Lacombe 1751 — è
“colui che fa collezione di quanto c’è di più stimato in fatto di disegni,
dipinti, di scultura, incisione, medaglie e altre cose preziose. Curioso si
adopera inoltre nel medesimo significato di "ricercato".
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