Sintesi dal Dizionario di Antiquariato di A. Vallardi - Garzanti

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Dantesca. Seggiolone o sedia, simile alla SAVONAROLA, nella sua conformazione dai sostegni pieghevoli a forbice; questi sono però costituiti da quattro larghe zampe ricurve, in luogo delle assicelle. La D. — ch’ebbe larga diffusione in Italia nel sec. XVI — era inoltre caratterizzata da braccioli incurvati verso il basso e da uno schienale formato da una lista di cuoio o stoffa, tesa e fissata fra le estremità posteriori dei braccioli, mediante borchie metalliche ornamentali; anche il sedile era di cuoio o stoffa, analogamente montato.

Decalcomania. Procedimento per la decorazione a stampa su mobili, smalti, ceramiche, porcellane. Questo tipo di tecnica, denominato in inglese transferprinting, è stato praticato per la prima volta nella manifattura di smalti di Battersea nel 1753. L’ideazione viene attribuita variamente a John Brooks, John Sadler, Guy Green; e il metodo della D. si riconosce nei prodotti di numerose maioliche e porcellane inglesi del sec. XVIII: WORCESTER, LIVERPOOL, WEDGWOOD. La tecnica, che si diffonde in altri paesi europei (anche nell’Ottocento e in tempi recenti) consiste nel ricavare da una stampa incisa in rame ricoperta nei tratti da un colore per ceramica (per lo più rosso, nero, violetto) un disegno impresso su carta sottile. Il disegno veniva poi compresso sullo spazio dell’oggetto da decorare, applicandolo prima o dopo la vernice a smalto. Poiché il procedimento della D. consente una lavorazione rapida e in serie, lo scadimento di qualità della produzione, specie dalla metà del sec. XIX in poi, in senso commerciale, era prevedibile.

Decanter. Voce inglese adoperata dal sec. XVIII per designare un tipo di bottiglia da vino, ovoidale con collo lungo, fornita di tappo, adatta a versare lentamente il liquido nei bicchieri così da far rimanere sul fondo il deposito eventualmente formatosi. Spesso i D. sono riccamente incisi e talvolta si hanno esemplari recanti attorno al collo anelli concentrici che impedivano lo sgocciolamento del liquido. Nella vetreria catalana D. indica invece “un vaso a due becchi simmetrici”.

Decorazione. Generalmente per D. si intende l’insieme seriale o ricorrente di motivi o elementi ornamentali, che si sovrappongono, o comunque appaiono o vengono convenzionalmente distinti, dalla struttura vera e propria dell’opera d’arte figurativa, apportando ad essa “abbellimenti”, sovente considerati erroneamente esteriori. La “forma esterna” della D. è costituita di elementi ritmici, arabeschi, moduli, capricci, dorature, stucchi, cornici, volute, cartocci, incrostazioni policrome, apparati scenici ecc., che possono riconoscersi in qualsiasi opera d’arte. Ma la distinzione tra la D. e la struttura spaziale offerta dalle masse costruite, è stata fatta e si continua a fare soprattutto in rapporto ai problemi teorici e pratici dell’architettura.
L’uso di materiali di superficie come cortine di mattoni, incrostazioni policrome, “grana” degli intonaci, viene inteso dagli architetti moderni in rapporto alla struttura spaziale; si tratta cioè di stacchi di luci e ombre, colori, vetrate ecc., di valore espressivo, non decorativo. Un significato completamente diverso da quello tradizionale inerente alla convenienza e al decoro, assume il termine D. presso B. Berenson (1948). La D. è infatti costituita dagli elementi di un’opera d’arte che si riferiscono ai sensi, come forma, colore, movimento, in opposizione alla “illustrazione”, la quale ha semplicemente il compito di potenziare la forma nel suo effetto plastico e volumetrico (che il Berenson risolve nel concetto di valori tattili), e nel movimento.

Decorazione applicata. Sono così denominate in ebanisteria delle ornamentazioni in legno o metallo applicate con chiodi o colla, o più raramente incise, come la “D. a testa di chiodo”, consistente “in piccole piramidi praticate sui mobili dal Medioevo al sec. XVI. Tra le D. applicate più diffuse i motivi a volute e a patere e le modanature in legno o metallo. Tipi più particolari sono la “decorazione a mezzi balaustri” (cosiddetti perché tagliati verticalmente a metà), eseguita in legno tornito su mobili del Seicento, e la “decorazione a piallacci a bande diritte”, consistente in un “rivestimento per mezzo di strette bande di piallaccio tagliato nel senso della venatura del legno”.

Decorazione a rosa eseguita col tornio meccanico. Particolare motivo decorativo in rilievo, eseguito al tornio sui pezzi in ceramica o in porcellana, che finge un intreccio a canestro.

Denuncia. Nella vigente legislazione concernente la Tutela delle cose d’interesse artistico e storico (Legge 1°giugno 1939, n. 1089) l’obbligo della D. può ricondursi ai seguenti casi:
a) D. di alienazione è quanto prescrive l’art. 30 della Legge cit.: “Il proprietario e chiunque a qualsiasi titolo detenga delle cose che abbiano formato oggetto di NOTIFICA ... è tenuto a denunziare al ministro per l’educazione nazionale [oggi Ministro per i Beni culturali e ambientali] ogni atto, a titolo oneroso o gratuito, che ne trasmetta, in tutto o in parte, la proprietà o la detenzione. Nel caso che la trasmissione avvenga per successione a causa di morte, l’obbligo della denunzia spetta all’erede”. Nota a proposito di tale obbligo M. Grisolia  “è chiaro che la denuncia dell’alienazione è imposta anche allo scopo di poter seguire le vicende della cosa all’interno dello Stato. Ma questo non può essere lo scopo essenziale... Né può ritenersi ragione fondamentale della denuncia quella di mettere in grado l’A. [mmmistrazione] di esercitare il diritto di PRELAZIONE spettante allo Stato... La ragione della denuncia... deve, a nostro avviso, ricercarsi essenzialmente nello sfavore con cui il legislatore da tempi antichi considera le alienazioni di opere d’arte, e ciò non già perché in via di principio contrario al trasferimento della privata proprietà, ma perché ravvisa in questo una causa che
può nuocere alle esigenze di tutela artistica... se prescrive la denuncia, è soprattutto per poter seguire i trapassi nell’appartenenza del bene...”.

b) Denuncia di cose rinvenute fortuitamente’ l’art. 48, comma 1°, della Legge cit. obbliga chiunque scopra in modo fortuito cose mobili od immobili indicate all’art. 1 a “farne immediata denuncia all’autorità competente”. Da notarsi che al comma 3° è precisato che allo stesso obbligo “è soggetto ogni detentore delle cose scoperte fortuitamente”. Di notevole rilevanza è l’accertamento della reale casualità della scoperta, così come la tempestiva D. del ritrovamento, ai fini del PREMIO DI RITROVAMENTO. Obbligo quest’ultimo, di difficile determinazione: “E chiaro che l’immediatezza va stabilita in relazione alle circostanze del caso concreto... spesso lo scopritore è un contadino od operaio intento ad accudire alle sue faccende, ignaro il più delle volte dell’importanza dei ritrovamenti, e lontano da centri abitati, per chiedere il parere di esperti o informare l’ispettore onorario del luogo” (M. Grisolia) Come peraltro avverte lo stesso Grisolia non incorre nel reato di omessa D. “colui che.., avendo casualmente scoperto oggetti di antichità e d’arte, ometta di denunciarli nella giustificata convinzione che trattasi di oggetti di nessun valore”).
e) Denuncie delle esportazioni:
la materia è disciplinata dall’art. 36, comma 2°, della Legge cit.: esso prescrive che chi intende esportare (v. ESPORTAZIONE) cose indicate all’art. 1 della Legge stessa “deve farne denuncia e presentare all’ufficio di esportazione le cose che intende esportare, dichiarando per ciascuna di esse il valore venale”. Secondo P.O. Geraci (1949; 1956) si tratta di una dizione imprecisa, in quanto “le due locuzioni, collocate distanti nel periodo, possono far supporre il compimento di due atti separati. Di diverso avviso M. Grisolia secondo il quale la "dichiarazione è solo un elemento, anche se indispensabile, della denuncia, che fondamentalmente esprime la volontà di esportare ed implica la richiesta della relativa licenza".

Desserte. Con questo termine attualmente s’indica un mobile della sala da pranzo, su cui si appoggiano le pietanze (formaggi, dolci, frutta) da servire alla fine del pranzo. In origine designava un tavolo da muro a mezzaluna, o più propriamente una COMMODE-DESSERTE, con i due ripiani inferiori completamente aperti a scomparti, cioè tanto i centrali (occupati invece da cassetti nella commode-desserte) che i laterali arrotondati. Introdotta in epoca Luigi XVI, la D. presentava il piano superiore in marmo, fascia sottostante a cassetti, i tre piani circondati da ringhierine, quattro gambe a fuso o squadrate.

Devetrificazione. Nella tecnica vetraria si considera un fenomeno “dovuto all’eccesso di soda nella composizione del vetro, che col tempo si ossida formando scaglie che alterano la superficie” Si riscontra, in particolare, nella produzione muranese della fine del sec. XVIII.

Diamante, decorazione a punta di motivo decorativo usato sui mobili francesi del Seicento, in particolare della Guascogna. Consisteva in piramidi a diamante o triangolari, variamente combinate entro riquadri, che venivano intagliate sui pannelli dei mobili.

Dilettante. Si chiama D. chi si dedica ad un’arte non da professionista; o chi è amatore d’arte, O CONOSCITORE senza peraltro essere un artista. Il termine D., che dal sec. XVII al sec. XIX ha costantemente mantenuto un valore di segno positivo, in seguito ha sovente assunto un significato negativo (per es.: D. di pittura, o di musica, spesso dedicandovisi direttamente, per semplice hobby ricreativo).
Fa oggi eccezione lo sport, come è noto, dove D. rispetto a “professionista” esprime e classifica due diverse categorie di giocatori. Intorno alla disputa tra i D. e i professionisti.

Direttorio americano, sti!e. Col termine D.americano s’indica lo stile d’arredamento affermatosi negli Stati Uniti tra il 1805 e il 1815,dipendente soprattutto dal tardo SHERATON ma anche dallo stile IMPERO francese e dal REGENCY inglese. Infatti il D. americano è spesso incluso nello stile IMPERO AMERICANO. Prevale l’ispirazione classica, con SEDIE ALLA GRECA e divani sui modelli dei giacigli romani. Gli esempi più rappresentativi furono realizzati da Duncan Phyfe (1768-1854), il più famoso mobiliere americano, emigrato dalla Scozia estabilitosi dal 1795 a New York, ove nel 1815 aveva già raggiunto una grandiosa attività (la sua ditta aveva ben tre edifici interi con centinaia di lavoranti) rivolta al grande pubblico. Ispiratosi dapprima allo stile Sheraton, ma poi anche al Direttorio e all’Impero francesi, manie tenne sino al 1830 (dopo tale data la sua produzione si fece decisamente più commerciale) un notevole livello qualitativo, contrassegnato
dalla qualità del mogano impiegato (quello proveniente da Hispaniola), dalla pregevolezza degl’intagli e dalla nitidezza delle impiallacciature. Come sottolineato in DAMD (1980), “i suoi mobili più riusciti reggono bene il con-fronto con quelli prodotti dalle migliori grandi ditte europee di tipo simile, come Gillows in Inghilterra e Jacob-Desmalter in Francia”. Il Phyfe si distinse particolarmente nella creazione di sedie, caratterizzate da motivi a lira e ad arpa degli schienali e dei supporti.

Disegni (tecniche, collezionismo, restauro) I più antichi D. (v. DISEGNO) erano in genere condotti dalla mano dell’artista su pergamena, carta o su di un’altra superficie (ad es. sull’arriccio dell’intonaco, nel caso delle sinopie). Si poteva disegnare a “penna”: quest’ultima in origine era di canna, sostituita poi (sec. VI ca., ma non definitivamente), dalla penna d’oca. Meno frequente era l’uso della penna di corvo, di gallo, di cigno. Il veicolo grafico della penna era costituito dall’inchiostro: generalmente fabbricato con noce di galla (umori della quercia), più un decotto di vetriolo, gomma arabica e olio di trementina. E di un nero assoluto, e la sua morsura col tempo è tale, da forare la grana della carta. Un altro tipo di inchiostro adoperato era quello “di Cina”: composto di nerofumo, gelatina e canfora. E originario dell’India e si ignora quando è stato inventato. I disegni a penna sovente erano ombreggiati: con bistro, o seppia (distinzione non sempre facile, ad un esame visivo),o acquerello.
I disegni erano anche condotti mediante il “pennello”, che poteva essere di setole di suino o di tasso. Tali procedimenti sui disegni si trovano già descritti da Cennino Cennini (fine sec. XIV). I disegni “rialzati di biacca”, o “con lumi di biacca”, su carta bianca o tinta, erano ormai consueti nel sec. XV (es. un disegno dei fratelli Zavattari); e il procediment
o è descritto dal Cennini e da Leonardo - (1452-15 19), il quale scrive nel Trattato della pittura: “i pittori, per ritrarre le cose di rilievo, debbono tingere le superficie delle carte di mezzana oscurità e poi dare le ombre più oscure, ed in ultimo i lumi principali in piccolo luogo, i quali son quelli che in piccola distanza sono i primi che si perdono all’occhio”. Tra le tecniche più antiche rientra l’uso della punta di metallo, per disegnare su pergamena, o più spesso su carta. Più generalmente si disegnava mediante la “punta d’argento”, o “di piombo”. Tali punte metalliche presentano un - tratto netto ed incisivo, che però era soggetto ad ossidazione. Più raramente si adoperava la “punta di rame” o “di oro”. L’abitudine di disegnare declina, a partire dal sec. XVI. Un quarto mezzo grafico per disegnare (oltre la i penna, il pennello e la punta di metallo) è rappresentato dall’uso del “carboncino”: un bastoncino di salice comune cotto al forno, come descrive Cennino Cennini nel suo Libro dell’arte.  Sullo scorcio del sec. XV e, più ancora nel sec. XVI, si diffonde l’uso della matita rossa, la morbida “sanguigna”, sovente preferita dai grandi - disegnatori come Leonardo, Raffaello, Andrea - del Sarto, Fra’ Bartolomeo, Michelangelo, Tiziano, Correggio ecc. Non pochi disegnatori 1 combinano l’uso tricromo del carboncino, sanguigna, gessetto, per attingere sovente effetti cromatici o pittorici, tendenti a più complessi significati espressivi dei disegni. Dalla seconda metà del sec. XVI si diffonde sempre più l’uso del “pastello”, adoperato in rapporto al fatto  disegnativo, per morbidezze pittoriche e di “sfumato” (si pensi a numerosi disegni del Barocci), non ancora come tecnica autonoma. La “grafite”, scoperta verso il 1560 in Inghilterra, è all’origine della fabbricazione industriale di matite, più o meno morbide, che i disegnatori hanno adottato come mezzo espressivo per i disegni, soprattutto a partire dal sec. XIX, e comunemente nel sec. XX. Splendidi disegni a grafite sono quelli di Ingres. Anche Delacroix e i Degas hanno prodotto disegni adoperando la grafite. Numerosi disegni del principio del sec. XV sono andati perduti, per motivi diversi di logoramento o distruzione, ma anche per la pratica di eseguirli a punta di metallo su tavolette di legno inossato o preparato a gesso. Il che consentiva di raschiare le composizioni dalle superfici in gessate per essere nuovamente adoperate. Perciò i disegni, pervenuti dell’inizio del secolo, sono in gran parte disegni tecnicamente “finiti” piuttosto che liberi e sperimentali, o SCHIZZI. Esistono invece disegni relativi ai “contratti” che gli artisti stipulavano con i committenti per lavori complessi di pittura, scultura o architettura. Si conservano infine disegni “finiti” autonomi, che i maestri raccoglievano in libri o taccuini, e che rappresentavano insieme un repertorio a disposizione anche degli allievi e, in quanto “disegni-modello”, costituivano il patrimonio di una BOTTEGA. Verso la fine del sec. xv ed oltre, i disegni vengono in genere condotti su carta, a penna e inchiostro, o a carboncino, a matita, a sanguigna, a pastello, con o senza ombreggiature o rialzi di biacca.
Il collezionista di disegni, frequentando le mostre di fogli originali catalogati in base ai dati tecnici, all’esame e al tipo della carta (cono senza la filigrana), alla provenienza e agli eventuali timbri o marche di collezione, alle scritte, con antiche attribuzioni, o firme autografe, sarà posto in grado di farsi una esperienza conoscitiva. Il collezionista e amatore di disegni, per approfondire la propria cultura grafica e riconoscere scuole e maniere grafologiche, potrà fin dove possibile, accedere a Gabinetti di disegni, per esaminare direttamente più originali possibile, giovarsi di fototeche specializzate, seguire pubblicazioni e cataloghi di vendita. Tra i cataloghi di vendita dei disegni eccellono quelli delle case d’asta Sotheby’s e Christie’s a Londra. Notevole è, a Milano, la Finarte.
La carta adoperata dagli artisti disegnatori è quella detta “bambagina”, di cui i cartai di Fabriano hanno perfezionato i procedimenti di fabbricazione. Il telaio consiste in fili orizzontali di ottone (vergelle), e perpendicolari ad essi (filoni). A ridosso delle vergelle il cartaio fissava un filo metallico di varia figurazione consistente in una impronta trasparente: tale è la marca di fabbrica della cartiera, denominata “filigrana’. La più antica che si conosca risale al 1282, e rappresenta una croce. La sua posizione nelle carte varia a seconda delle piegature subite dal foglio, sia per i libri, sia per i disegni. Là dove la filigrana appare sul foglio di un disegno, essa rappresenta un elemento importante per individuare falsi e circoscrivere il periodo di datazione e provenienza di manoscritti e disegni. Per quanto riguarda lo studio e la classificazione delle filigrane, dal 1282 al 1600, è fondamentale l’opera di C.M. Briquet (1907/1923). Inoltre: W.A. Churchill 1935. In relazione alle tecniche e al valore dei disegni antichi, vanno citate due opere recenti: F. Ames-Lewis eJ. Wright, Drawingin the Italian Renaissance Workshop, 1983, e 3. Stock e 5. Mason Rinaldi, Il valore dei disegni antichi, 1984.
Il restauro dei disegni richiede procedimenti diversi e delicati, concernenti la riparazione e il consolidamento della afta, la pulitura, il montaggio nella cornice di cartone. Se la carta è troppo sfibrata o spugnosa, o secca, sottile e facile a rompersi in scaglie, si rende necessario il rifodero del disegno o il suo trasporto su altra carta. Il restauro è sempre diretto alla conservazione. Eventuali ritocchi di accompagnamento
di tinte di preparazione vanno valutati caso per caso e debbono essere visibili e ridotti all’essenziale. A proposito della rimozione di macchie, va osservato che quelle di vernice sono quasi sempre irreparabili. Si può tentare di inumidire la macchia con cotone greggio, poi asciugare e ripetere con la trementina. E preferibile una pulitura a secco, mentre l’uso di solventi organici è utile solamente per macchie di diversa natura. La pulitura mediante un sapone neutro e delicato va considerata caso per caso. Per la rimozione o attenuazione delle macchie viene adoperato anche il cloruro ipoclorito di potassio ed agenti consimili, ma con molta cautela. Per le macchie oleose si adopera la piridina: per quelle di cera, la benzina; per quelle di tè e caffè, il perborato di potassio; per quelle di mosca, infine, il perossido di idrogeno.

Divano. Questo termine derivato dal persiano diwan (designante in origine il Consiglio di Stato o il registro sul quale venivano trascritte le sue decisioni, e successivamente i cuscini posti su rialzi del pavimento o su strutture autonome, sui cui sedevano i ministri) fu adottato a partire dal sec. xvii per indicare lunghi sedili. Con tale generica indicazione il termine è ancora oggi usato, riferito anche a sedili privi di qualsiasi più remota caratterizzazione esotica. Una più pertinente e specifica definizione del D. ci pare quella indicata dal DAMD (1980):  “sedile con schienale e, di solito, con braccioli, grande abbastanza perché possano prendervi posto due o più persone. Più confortevole delle panche con spalliera e braccioli e più formale di un sofà, invita chi lo usa a sedervi ma non a poltrirvi o sdraiarvisi”. Comunque in Europa il D. derivò strutturalmente quasi di sicuro dalla cassapanca rinascimentale con schienale e braccioli, alla quale si sostituì progressivamente quale sedile di più pratico e comodo impiego, grazie appunto all'adozione d'imbottiture sempre più ampie e confortevoli. Dopo le forme imponenti ed elaborate del Seicento, il D. si afferma definitivamente nel Settecento con modelli di linea più raffinata e leggera, conòscendo poi un periodo di grande favore nell’Ottocento. Il D. seguì l’evoluzione dei vari stili, denunciando una sempre più estesa presenza della tappezzeria nei confronti del legno, adibito a semplici funzioni strutturali. Numerosi sono i modelli particolari di D., creati soprattutto in Francia, Inghilterra e Stati Uniti e noti con speciali denominazioni, quali il COURTING CHAIR e l’RALL-SETTEE, D. di piccole dimensioni, o il “D. a lira”, cosiddetto per la linea del suo profilo dai lati ricurvi all’infuori, il “D. a orecchioni”, mobile diffuso nel Settecento in Lombardia e caratterizzato dai braccioli a grandi volute accartocciate e rovesciate in fuori, e il “D. alla greca”, in pratica un D. a lira di forme classicheggianti, definito dallo Sheraton, nel suo Cabinet Dictionary, “Grecian sofà” e reso molto popolare da D. Phyfe negli Stati Uniti (v. DIRETTORIO AMERICANO, STILE).

Doppiere. Candeliere a due bracci, introdotto nel sec. XV e generalmente realizzato in coppia. I primi esemplari cinquecenteschi furono eseguiti in vari materiali, dal bronzo all’argento, dal legno dorato alla maiolica ecc. Nel sec. XVII furono prodotti D. anche a più braccia e fu adottata spesso la figura umana quale elemento centrale di sostegno. In Francia prevalsero le realizzazioni in argento, materiale che continuò ad essere perfezionato anche nel secolo seguente. In Inghilterra furono molto diffusi pure i D. in sheffield plate. In epoca Rococò i D. assunsero forme più fantasiose e mosse, con motivi spiraliformi, decorazioni a foglie e frutta, bracci attorcigliati in volute irregolari, piattini e gocciolatoi a forma di petali. Nell’argenteria italiana settecentesca il D. fu tra gli oggetti più richiesti e rappresentativi, con un’abbondanza di modelli di elevato valore artistico creati nelle varie regioni, come ci testimoniano, ad esempio, i numerosi esemplari esposti alla Mostra milanese del 1959, con una prevalenza di esempi genovesi, romani e torinesi. Nel sec. XIX, coll’avvento dell’illuminazione a petrolio, i D. persero la loro funzione pratica, rimanendo però in voga quali oggetti ornamentali.

Doratura. Sin dall’antichità si usò dorare oggetti di metallo meno nobile (particolarmente in gioielleria e scultura), ma anche strutture architettoniche di marmo o di legno, nonché mobili interi o parti di essi. Il metodo più antico impiegato fu la “doratura a placca”, consistente nel saldare alla superficie da dorare delle sottili lamine d’oro, per mezzo di riscaldamento o di pressione meccanica. Ma presto — dagli Egizi già intorno al 2700 a.C. — fu introdotta la meno costosa “D. a foglia”, così chiamata perché realizzata con sottilissime lamine, ottenute battendo piccole quantità d’oro tra due strisce di cuoio. Queste venivano applicate con diverse soluzioni collanti, varianti a seconda dei tempi e dei luoghi e del tipo di oggetti da dorare. Tale metodo fu poi quello principalmente impiegato per mobili e cornici) — come pure dai pittori, come c’informa C. Cennini, per dorare il fondo delle loro tavole, appunto poi note colla denominazione di FONDI ORO. Per il legno in ebanisteria fu anche usata la “D. a tempera” (cioè polvere d’oro stemperata in tuorlo d’uovo), con particolari preparazioni adesive; metodo impiegato anche per dorare stoffe, cuoio, avorio e marmo. Mentre per i manoscritti e le miniature si usò la “D. ad acqua”. Altro tipo di D. di antico impiego è quella “a freddo”, che consiste nello strofinare l’oggetto da dorare con ceneri, ottenute bruciando cenci imbevuti con soluzioni d’oro in acquaragia. Sin dalla antichità fu anche praticata la “D. a fuoco” che è principalmente utilizzata per le superfici metalliche e che si esegue, rivestendo l’oggetto di un’amalgama d’oro e mercurio, o altro metallo, e facendo volatizzare quest’ultimo mediante riscaldamento. Sui vari metodi di D., oltre al Cennini, ci hanno dato notizie prima Plinio (Naturalis Historiae, e poi il Cellini, Vasari ed altri. Generalmente l’operazione della D. era eseguita dallo stesso artista, autore dell’oggetto da dorare. Solo a partire dal Cinquecento sorsero corporazioni di doratori specializzati, come quelli parigini per il cuoio.

Doratura (mobili e cornici). La D. di superfici di legno era già in uso nel Medioevo, come ci riporta Cennino Cennini. Quella dei mobili risale in Italia all’epoca gotica; fu poi in grand’auge nel periodo barocco. In Francia i primi importanti mobili dorati risalgono allo stile Luigi XIV e tale tipo di decorazione continuò sino a tutto il regno di Luigi XVI. In Inghilterra invece la moda dei mobili dorati fu più breve; introdotta con la Restaurazione (1660 ca.), declinò dopo appena un secolo. La D. dei mobili si esegue applicando una sottilissima foglia d’oro, che può essere attaccata con due diverse tecniche:
quella ad olio e quella ad acqua; esse si differenziano nella preparazione della superficie da dorare (il primo con una biacca a base d’olio; il secondo con una base di gesso) su cui poi viene stesa la sostanza adesiva (anch’essa diversa per le due tecniche).
La tecnica ad olio, nel complesso più semplice, poteva però essere solo lucidata con un panno e non consentiva, come invece in quella ad acqua, la brunitura.
Spesso le D. dei mobili potevano essere in parte brunite e in parte lasciate opache, per creare contrastanti riflessi. Un metodo più economico di D., assai usato per le comici, fu quello cosiddetto “a mecca”, consistente nell’applicare una foglia

d'argento laccata in colore oro.

Duchesse. Poltrona allungata che permetteva di stendere le gambe; oltre allo schienale normale, era infatti munita di un altro più basso dalla parte dei piedi; le spalliere potevano essere “a gondola”, o “a pozzetto”. La D. rappresenta quindi una varietà della Chaise -Longue e del cosiddetto LETTO DA RIPOSO. Prevalentemente imbottita, ma alle volte anche incannucciata, la D. generalmente poggiava su otto gambe ed era costruita in un pezzo unico. Qualora divisibile in due o tre pezzi (due poltrone e uno sgabello; una poltrona e uno sgabello; o due poltrone) veniva chiamata D. brisée. La D. fu in gran voga tra il 1745 e il 1780; ancora presente nel sec. XIX, ma piuttosto raramente in quanto quasi soppiantata dai letti da riposo in stile Direttorio ed Impero.

 

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