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Sintesi dal Dizionario di Antiquariato di A. Vallardi - Garzanti |
Fabergé.
La prima ditta che assunse livelli industriali nel campo della
gioielleria. Essa fu in pratica creata da Peter Cari (1846-1920) che, dopo aver
compiuto studi specifici a Dresda e Francoforte e viaggi d’istruzione a Londra,
Parigi e in Italia, nel 1870 rilevò l’azienda paterna, rendendola in breve la
prima dì Pietroburgo, valendosi inizialmente del finlandese Peter Hiskias, già
collaboratore dei padre. Nel 1882 si mise in società col fratello minore Agathon,
che si era formato a Dresda e che apportò la sua esperienza, basata anche sulla
conoscenza del grande orefice Johann Melchior Dinlinger (1664-1731), la cui
influenza si può appunto avvertire nella futura produzione dell’azienda.
Nel 1884 il F. creò il suo primo
Uovo di Pasqua,
quale dono dello zar Alessandro
iii
alla zanna Maria Feodorovna, un oggetto che
divenne la sua creazione più peculiare e che sicuramente costituì il passo
decisivo verso un sempre maggiore successo. Si trattava di un uovo in smalto
translucido, arricchito di altri materiali preziosi, che si apriva lasciando
apparire il tuono, entro cui era una gallinella contenente infine una
copia della corona imperiale. Il
dono fu rinnovato ogni anno, cambiando la sorpresa finale, che fu sempre un
oggetto d’attualità o celebrativo. Naturalmente la ditta avviò anche la
produzione di uova similari, ma di minor pregio, destinate al pubblico comune.
Coll’apertura di filiali a Mosca (1887), Kiev (1905) e Londra (1906) la F.,
giungendo ad impiegare più di cinquecento dipendenti, si conquistò non solo la
preminenza nazionale ma anche una larga fama europea. Questa poggiò, oltre che
sulle suddette uova, su un’originale produzione in miniatura di personaggi
caratteristici, quali contadini russi, di mobili in miniatura, di animali, di
vasi con rami fioriti. Non mancarono oggetti utilitari ma di grande gusto, come
portasigarette, accendisigari, portapenne, cornici. Tutti questi oggetti si
distinsero per lo svarìatissimo impiego di materiali preziosi e semipreziosi (il
più vasto sin’allora messo in mostra) e per la finitezza della superficie
smaltata.
Anche la veste stilistica delle creazioni F., pur di eclettica
ispirazione e pur considerando l’industrializzazione dell’azienda, legata quindi
all’attività di molti disegnatori, rimase sempre unitaria ed inconfondibile. Su
una preferenza di base per il Luigi XVI, furono innestate riprese dalla
oreficeria italiana di tutti i secoli e da quella mistione di bizantino e
barocco, denominata “Vecchia Russia”; non mancarono influenze orientali (il F.
fu appassionato collezionista di netzuké) e poi dell’ART NOUVEAU,
interpretata con sobria ‘eleganza.
Con la Rivoluzione del 1918 la ditta fu nazionalizzata l’anno seguente; ma in
pratica cessò la sua attività, con la dispersione del suo personale (il F.
riparò in Svizzera) e l’alienazione di tutto il materiale di magazzino.
Faenza, fabbriche di maioliche. Nel centro romagnolo di F. l’industria delle ceramiche ha origini molto antiche. Fin dal 1142 esistevano manifatture faentine che producevano pezzi ceramici rivestiti di vernice piombifera. Ma la produzione faentina vera e propria è quella stannifera che, a partire dalla prima metà del sec. xv, muove dalla cosiddetta tipologia della zaffera in rilievo (1420-1470) e versatoio, o di quello “Rinascimentale” (1480-1530), del “Bianco su bianco” (1500- 1550), del “Primo istoriato” (1500-1525), dello “Stile bello”, del “Grande Istoriato” (1530-1570). I prodotti ceramici di Faenza si distinguono particolarmente, soprattutto dalla seconda metà del Quattrocento in poi, per la finezza e regolarità delle linee, per la ricchezza del repertorio decorativo, utilizzato con destrezza e sovente con energia del tocco del pennello, per la intensità della gamma cromatica nell’uso del turchino, del giallo ambrato, del viola, del verde. La affermazione della maiolica di F. sul piano della diffusione internazionale, assumerà dimensioni tali, che con la parolafarence in Francia e in Inghilterra, e fayence in Germania si finirà per denominare la stessa MAIOLICA in generale.
Faretra.
Il termine, denomina l’astuccio contenitore delle frecce e dei
dardi. Era prodotto variamente in metallo, o in legno, o in cuoio. La superficie
esterna della F. era sovente abbellita con decorazioni ornamentali.
La F. era fissata ad un budriere, cioè situata ad armacollo, rimanendo sospesa
all’altezza del fianco o della spalla, per facilitare la prensilità delle frecce
sporgenti quanto bastava dalla parte dell’impennaggio. E significativa,
probabilmente in senso allegorico e simbolico, la rappresentazione della F., in
bronzo nei mobili, o dipinta su porcellane (es.: Zuccheriera in porcellana di
Sèvres con F. e caduceo, Parigi, Musée des Arts Décoratifs).
Fascio littorio. Mazzo di verghe riunite insieme a cilindro da un nastro, in cui è inserita, lateralmente o sopra, un’ascia. Fu assunto nell’antica Roma ad insegna dell’autorità dei magistrati. Divenne in seguito un motivo ornamentale, spesso simboleggiante il potere o il comando, impiegato tanto sui mobili quanto su cornici, camini, pareti, pannelli ecc. Il F. littorio fu particolarmente in auge in Francia nel periodo neoclassico; durante la Rivoluzione l’ascia fu sostituita da un’alabarda.
Fermacarte. La moda e la diffusione in Europa e negli Stati Uniti d’America nello scorso secolo di F. di cristallo si deve alle fabbriche francesi, che intorno al 1845-50 cominciarono a produrre pregevoli esemplari di questi oggetti (presse-papiers), fino ad allora ricavati prevalentemente da altre materie (metallo, marmo ecc.). Le manifatture francesi che si distinsero in questa produzione furono quelle di BACCARAT, CLICHY e SAINT LOUIS; i loro prodotti sono qualche volta datati e siglati rispettivamente con le lettere maiuscole: B, CL e SL; queste indicazioni compaiono su di uno dei lati del pezzo, ma non sempre sono originali. Le forme sono varie: circolari, poligonali; un tipo particolare è detto in inglese mushroom per la rassomiglianza che esso presenta con la forma del fungo. La produzione francese fu imitata nella seconda metà dell’Ottocento nei paesi europei ma con migliori risultati negli Stati Uniti d’America (paperweights), dove si distinsero la BOSTON AND SANDWICH GLASS COMPANY e la NEW ENGLAND GLASS COMPANY. Sotto l’aspetto tecnico va notato come il F. “si otteneva con la fusione di canne policrome tagliate su fondo trasparente di cristallo; rientra nel tipo dei sommersi e si avvicina ai MILLEFIORI”. Sono molto apprezzati dai collezionisti per la varietà delle forme decorative “sommerse” con singolari effetti coloristici entro il blocco del cristallo, accentuati dalla preziosità del taglio e della sfaccettatura.
Festone. Voce derivata da “festa”, “perché appunto nei giorni di festa, nelle cerimonie religiose, si usa di ornare la parte superiore degli stipiti delle porte, ed anche i loro architravi di fasci o treccie di rami, frutti e fiori”. Il F. è dunque un motivo ornamentale, dipinto o scolpito, composto di forme vegetali intrecciate; largamente usato nell’età classica, il F. fu ripreso in epoca rinascimentale e rimase sino al sec. xix come uno dei più comuni elementi decorativi”. Particolarmente nella mobilia neoclassica europea furono usati F. di baccelli, come, ad es., nelle specchiere inglesi di stile Adam.
Fibbia.
La nascita di questo fermaglio, chiamato in latino
FIBULA, è legata all’introduzione della cintura. Realizzata in osso o
in vari metalli (bronzo, ferro, rame, argento, oro), essa era generalmente
costituita da una placca in due pezzi; uno era munito di un’asticciola che
veniva infilata in un foro praticato nell’altro. Già usata dalle antiche civiltà
e poi dai Greci e dai Romani, la F. ebbe una larghissima diffusione nel
Medioevo, quando fu impiegata anche per fermare le vesti, divenendo un
accessorio di particolare pregio dell’abbigliamento, sia maschile che femminile.
Le F. erano in genere a forma di medaglione di vario formato (rotondo, ovale,
quadrato, polilobato, a losanga, a quadrifoglio) e varia decorazione (in oro
lavorato a cesello, con ornamenti di pietre, cammei, smalti, filigrane). Gli
uomini usarono la F. pure sui cappelli e le donne per fermare il velo sul capo.
Dopo il periodo gotico l’impiego della F. nel vestiario si restrinse solo a
quello ecclesiastico da cerimonia; mentre si continuò a fare un largo uso di F.
più semplici (fermagli a gancio e catenella) per allacciare le cinture.
Filatoio a mano. Antico strumento per filare la lana, il lino, o il cotone, che venivano avvolti su un fuso girevole mediante l’azionamento di una ruota ad esso collegata. La ruota, fissata ad un supporto, era mossa a mano nei primi esemplari e poi, a partire dalla metà del Cinquecento, per mezzo di un pedale. Tale sistema più agevole determinò una maggiore diffusione dei F. sino a tutto l’Ottocento, con modelli di media grandezza, nei quali fuso e sostegno della ruota erano di solito torniti a balaustro.
Filettatura, Filetto. Così si denomina una particolare tecnica dell’ebanisteria, con cui s’inseriscono listelli di legno o di altro materiale, detti appunto anche “filetti”, nell’impiallacciatura o nell’intarsio di un mobile. In genere essa serviva ad incorniciare le principali composizioni decorative intarsiate; oppure a sottolineare talvolta le linee del mobile sui bordi o nelle gambe; od infine a separare ed evidenziare allo stesso tempo il passaggio da un legno ad un altro, o tra due venature del medesimo legno disposte diversamente. La F. si è sempre basata sui contrasti cromatici.
Filigrana. (Termine composto di filo e grana). Tecnica di oreficeria, consistente nell’eseguire lavori con fili e nastrini sottilissimi di metallo (generalmente l’oro), secondo determinati disegni ornamentali. Impiegata sin dall’antichità, fu portata ad alti livelli di perfezione dagli Egizi e dagli Etruschi, con opere a traforo o a GIORNO, in cui il reticolato ornamentale, lavorato a F., veniva applicato su una lastra di sostegno dello stesso metallo. La F. fu usata pure nell’oreficeria bizantina, barbarica e musulmana. Nel sec. XVII ebbe una vasta applicazione con disegni geometrici o vegetali, sempre a traforo. Da segnalare infine il revival ottocentesco di modelli etruschi, promosso dall’orafo romano Pio Fortunato Castellani, attento studioso delle tecniche antiche e che aprì una bottega di successo europeo, la cui attività fu proseguita dai due figli, Alessandro ed Augusto, autore anche di trattati specifici. Il termine F. è usato pure per designare particolari tecniche nella fabbricazione del vetro e della carta.
Finestrato. Così viene denominato il pannello di un mobile decorato con modanature imitanti una serie di finestre o di arcate, che nell’architettura gotica era appunto chiamato F.; tipici dei cassoni gotici furono i fronti “a F”.
Finto marmo, Finto legno, Finto oro. Il termine F. marmo è da tempo divenuto di uso corrente per indicare quelle tecniche decorative, usate sin dall’antichità per imitare il marmo. La più diffusa è quella pittorica su legno o pareti; dal sec. xvi è stata adottata, specialmente per piani di tavoli o di altri mobili, la decorazione a SCAGLIOLA, consistente in particolari stucchi colorati. Assai antico è anche l’uso d’imitare legni più o meno pregiati, mediante tinture o applicazioni d’impasti di gesso su superfici lignee economiche, che venivano poi trattate con particolari vernici, resine, o lucidature a cera. Uno dei legni più imitati in ebanisteria è stato l’EBANO. Molto diffusa è stata anche l’imitazione dipinta a TROMPE-L’OEIL di cornici intagliate o B0ISERIE5. Infine pure la doratura ad oro fino di cornici, di argenti, di parti di mobili ecc. è stata largamente imitata, con la tecnica ad argento e mistura, o più semplicemente con la porporina.
Fioretto. Spada sottile e flessibile, diritta, senza tagli e senza punta. Il nome deriva dal bottone in forma di fiore che sostituisce la punta per non ferire l’avversario. Il F. è infatti l’arma tipica per l’esercizio e lo sport della scherma alla maniera francese. La lama elastica presenta caratteristiche pressoché costanti; dalla fine del sec. XVI in poi, è caratterizzata da sezioni triangolari, quadrangolari, o rettangolari. L’impugnatura segue piuttosto alcune varianti delle spade, cui si avvicinano maggiormente i modelli italiano e francese. Il modello sagomato anatomicamente è conforme alle odierne gare sportive.
Fioriera. Cassetta di vario materiale (legno, metallo, ceramica), spesso foderata di zinco e divisa all’interno in scomparti, creata per coltivare fiori e piante ornamentali in appartamento. Le F. si diffusero nella seconda metà del sec. XVII in Francia (la creazione di un orto botanico a Parigi stimolò l’usanza di avere fiori in casa) e in Olanda, da dove furono introdotte in Inghilterra durante la Restaurazione. Nel marzo 1700 fu addirittura promulgato un editto che proibiva la fabbricazione di F. in metallo prezioso, divenute evidentemente di gran moda ma reputate anche troppo diffuse. Ciò favorì l’introduzione delle F. in porcellana e ceramica. Spesso sono denominati F. anche i tavoli, più noti però come JARDINIÈRES, creati in Francia nel sec. XVIII appositamente per la coltivazione dei fiori in casa, e venuti in grand’auge nel secolo successivo.
Firma.
Termine relativamente recente (sec. XVIII) con il quale si indica
la “sottoscrizione” — voce più antica — di uno scritto, di un documento, di
un’opera al fine di dichiarame o avvalorame la paternità. Se autografa, la F. ha
qualche importanza nel caso di opere d’arte, consentendo una loro sicura
ATTRIBUZIONE; ciò acquista particolare rilievo per prodotti di maestri
minori, al cui autore non sia possibile pervenire mediante documenti o antiche
fonti. L’uso di apporre la F. su opere d’arte risale all’antichità classica;
meno frequente nell’età medievale — quando tuttavia non mancano significativi
esempi — la F. si diffonde nei secoli xv e xvi e continua nella pratica delle
età successive.
Varie e diverse sono le forme con le quali gli artisti hanno firmato le opere
d’arte: nome, nome e cognome, monogramma, emblemi e simboli. V’è da avvertire
che compito del critico è accertarsi dell’autenticità della F., in quanto per
motivi diversi, sia in età antica che in epoca più recente, anche su opere
originali, possono essere state aggiunte iscrizioni non autografe, che possono
facilmente trarre in errore.
Spesso alla F. si trova aggiunta anche la data di esecuzione; nelle consuete
note relative alle opere di un autore in uno studio monografico o nelle schede
di un catalogo viene di solito fornita la trascrizione della F., o quanto meno
viene indicato che si tratta di opera firmata, e datata se vi compare anche
l’anno di esecuzione. mp Strumento musicale con mantice.
Fisarmonica. Strumento musicale con mantice a soffietto azionato dall’esecutore così da insufflare aria in una serie di ance libere. “Lo strumento è dotato da un lato di una tastiera con tasti simili a quelli del pianoforte, per la mano destra, e dall’altro lato da una serie di bottoni che producono i bassi o accordi già preparati”. Il più antico esemplare — detto anche armonica a mantice — da applicarsi sotto il PIANOFORTE, risale al 1818 e fu costruito a Vienna da Anton Hàckel; acquistò autonomia con il cosiddetto Accordeon, brevettato a Vienna il 6 maggio 1829 da Cyrille Demian, ma di fatto già costruito a Berlino nel 1822 da Friedrich Buschmann. Lo strumento, con modelli e varianti assai numerosi e denominazioni diverse nei vari paesi europei, si diffuse assai largamente nei secoli XIX e XX, specie nell’uso popolare. In Italia i primi esemplari furono costruiti nel 1870 da Maria- no Dallapé di Stradella (Pavia); la più importante fabbrica di F. fu quella fondata a Castelfidardo, ca. il 1875, da Paolo e Settimio Soprani.
Flambè e, invetriatura. Termine francese (it. “fiammata”) usato per indicare un tipo di invetriatura lustra e rossa variegata da venature in azzurro. Si otteneva, su porcellana o grès, mediante la cottura della invetriatura in rame ad atmosfera ridotta. Vasellame di questo tipo venne primamente prodotto in Cina durante la dinastia Sung (960-1280). In Europa la invetriatura F. risale alla fine del sec. XIX, quando l’inglese Bernard More riuscì ad imitare la invetriatura su prodotti ad impasto tra porcellana e ceramica. Altre manifatture europee, come COPENAGHEN, produssero questo tipo di invetriatura.
Flauto.
Strumento
musicale aerofono, costituente una famiglia cui appartengono i F. “diritti”, i
F. “traversi”, i F. a canne multiple (che saranno descritti nelle loro varietà
alla presente voce), il PIFFERO e l’OTTAVINO (per i quali si rinvia alle singole
voci). “L’organologia, con la parola flauto intende tutti gli strumenti aerofoni
in cui il soffio generato dal suonatore, che deve far vibrare la colonna d’aria,
viene immesso direttamente attraverso un becco o un foro. Questo soffio esterno
deve frangersi contro il bordo di una fessura per provocare l’eccitazione della
colonna d’aria interna alla canna”.
Il F. “diritto” cosiddetto perché suonato in posizione verticale, è detto
anche “a becco” per la forma della imboccatura, o “dolce” per la qualità
sommessa del suono; per la sua notevole fortuna in Inghilterra (ove è
detto recorder) è stato indicato in Italia anche come F. dolce
d’Inghilterra ofistola anglica. Già noto all'antichità (Egitto), la più
antica
fonte iconografica medievale è costituita da una miniatura francese del sec. XI,
ma la prima sicura descrizione dello strumento è dovuta a Sebastian
Virdung. “Di questo flauto, caduto in disuso nella musica moderna, esistevano
tre tipi, di legno e di forma cilindrica: il galoubet, con tre soli fori,
il flagioletto (conosciuto anche col termine francesefiageolet) che era a sei
buchi, e il flauto a becco propriamente detto, di più ampie pos sibilit
musicali con i suoi otto
fori”. Nel sec. XVIII il F. “diritto” fu praticamente sostituito dal “traverso”;
testimonianze iconografiche indicano che era già noto nell’antichità, ma bisogna
giungere in età medievale per registrare una sua ampia diffusione; questa
avvenne in Europa probabilmente per influssi bizantini già nei secoli X e XI, e
particolarmente in Germania e nella Francia meridionale. Nel sec. XVII Io
strumento iniziò ad avere sempre più larga accoglienza; nel Settecento conobbe
vari perfezionamenti tecnici, iniziati dal costruttore tedesco Johann Joachim
Quantz (1697- 1773), e culminati nel secolo successivo con le applicazioni di
Theobald Bòhm (1794-1881), che portò il F. “traverso” al suo definitivo
perfezionamento. Lo strumento
— una canna
perfettamente cilindrica — anziché in legno fu realizzato in metallo; ma
l’invenzione più importante del Bòhm, fu quella di un sistema di chiavi — dette
“chiavi ad anello” — che permette tenendo impegnate le dita sui fori
fondamentali di aprire e chiudere fori più lontani; gli esecutori possono così
controllare strumenti dotati anche di 5 fori rispetto agli 8-9 tradizionali.
I F. a canne multiple — di necessità del tipo “diritto” — hanno il loro più
antico antenato nell’aulos greco, ossia uno strumento a fiato a canna
doppia, che peraltro più che a un F. sembra doversi assomigliare ad una
ZAMPOGNA. Appartengono invece alla famiglia dei F. il cosiddetto F. polifonico,
armato di cinque canne; i diversi tipi di F. doppio costruiti in Europa tra i
secoli xvi e xix: il F. dolce doppio, costruito dalla Ditta Bainbridge & Wood di
Londra tra il 1808 e iii 820. Come curiosità andrà infine ricordato il F. a
bastone, ossia un F. inserito in un bastone da passeggio, che si poteva
adoperare svitando la parte inferiore del bastone stesso; fu diffuso nel sec.
XIX particolarmente in Boemia, ove era denominato
Czakan.
Flùte. Per l’analogia con la forma dello strumento musicale (fr.flhite, flauto) è così denominato un bicchiere da vino molto stretto ed alto; di solito presenta tra il piede e il corpo slanciato della coppa un pomo rotondo. Il F. fu particolarmente diffuso nella regione fiamminga tra i secoli XVI e XVII.
Fodero. Custodia protettiva della lama dei vari tipi di SPADA o di altre armi bianche. Originariamente era in cuoio, ma in età protostorica il F. era sovente composto da lamine di bronzo. Successivamente il F. è stato prodotto utilizzando altri materiali metallici; o ricorrendo al legno rivestito di cuoio odi stoffa con legature e decorazioni in metallo, anche pregiato (es.: F. dello stocco di Ludovico Bentivoglio, donatogli dal papa Niccolò V, 1454, Bologna, Museo civico). Il F. segue lo sviluppo storico, le tipologie, la varietà e il declino delle relative armi bianche.
Fondo oro. Dalla seconda metà del sec. XIV con questa espressione si indicano le pitture su tavola — e talvolta anche le miniature — il cui fondo è ricoperto da una superficie dorata (realizzata con diversi sistemi di DORATURA), che si estende in tutti gli spazi lasciati liberi dalle figure. Tale particolarità stilistica — di derivazione bizantina — caratterizza la pittura occidentale tra i secoli XII e XV; il suo rifiuto segna il passaggio dalla visione medievale a quella rinascimentale; più persistente l'uso del F. oro nella tradizione pittorica orientale.
Forchetta.
Arnese a due o più rebbi, per portare il cibo alla
bocca.
Usata in epoca romana solo per maneggiare le vivande in cucina,
la F. (o almeno utensili assai simili) risulta presente nel sec. xi (in quanto
descritta o raffigurata) nell’area bizantina e nell’Italia meridionale; ma solo
nel sec. XIV fu introdotta nelle mense dei ricchi, allorché risulta
frequentemente menzionata nei loro inventari. Comparve dapprima presso
l’aristocrazia italiana, quale oggetto di lusso (come ornamento la F. fu portata
anche attaccata alla cintura) e successivamente in Francia, introdotta da Enrico
III sulla fine del sec. XVI e in Inghilterra all’inizio del successivo.
Ma fu usata soprattutto per la frutta e scarsamente per la carne e le pietanze,
tanto che il Re Sole la considerava un lusso eccessivo.
Questi primi esemplari avevano due rebbi ed erano per lo più in argento; ma ne
furono prodotti anche in bronzo o altri metalli preziosi; spesso i manici erano
di altro materiale (cristallo di rocca, pietra dura, legno, osso, avorio). Verso
la metà del sec. XVI apparvero le prime F. a tre rebbi; quelle a quattro solo
nel sec. XVIII, quando ormai erano state adottate anche dalla borghesia; sul
finire del secolo furono pure introdotte F. di due dimensioni, più grandi per le
vivande e più piccole per il dolce. La forma della F. non presentò grandi
variazioni dal Cinquecento in poi, seguendo generalmente nella foggia del manico
i coevi modelli dei cucchiai, con i quali, insieme ai coltelli, fu spesso
realizzata in servizi completi; particolari modelli furono quelli pieghevoli o
smontabili e la F. doppia, avente a un’estremità due rebbi e all’altra un manico
a cucchiaio, in uso nei secoli XVII e XVIII.
Forziere. Più grande del COFANO e più piccolo del CASSONE, di cui in pratica è sinonimo, il F è una cassa particolarmente robusta e provvista di complicate serrature, in quanto adibita al contenimento di denaro o valori di altra natura. Costruito in legno e ferro, o tutto in ferro, generalmente il F. è dotato di maniglie laterali e il suo interno è suddiviso in scomparti, celanti alle volte nascondigli segreti. La distinzione del F. dal cassone e dal cofano risalirebbe agl’inizi del Cinquecento.
Frammento. Voce dotta con la quale nel linguaggio della critica d’arte si indica la parte di un’opera che non ci è pervenuta nella sua interezza. Lo studio dei F. è particolarmente importante per la scienza archeologica; anche il collezionismo e assai interessato al F., ed è da segnalare un vero e proprio gusto del F., che si manifesta in raccolte, inserzioni nell’arredamento, riutilizzazioni spesso arbitrarie e non pertinenti di materiale frammentario.
Fratina, sedia. Sedia toscana dalle ampie proporzioni, dalle linee rigide e squadrate e senza tappezzeria, derivata dai seggioloni cinquecenteschi e diffusasi nel sec. XVII. La F. è caratterizzata da un alto schienale, costituito da due o tre cartelle riccamente intagliate a cartocci, maschere, volute, stemmi ecc., racchiudenti uno specchio liscio; un’altra cartella simile unisce le gambe anteriori; le gambe posteriori sono spesso tagliate in un pezzo unico con le guide del dorsale, terminanti con motivi ornamentali. In italiano s’indicano sovente col termine F. il FRAILERO spagnolo e la MONK’s CHAIR inglese.
Freccia. Arma da getto, che ha come propulsore l’ARCO e la BALESTRA in tensione. Si compone di una proporzionata asta di legno. A questa viene fissata, ad una estremità, una punta acuminata; e all’altra estremità una cocca per l’inserìmento nella corda dell’arco, e di alette laterali con penne per assicurare una corretta direzione. La punta, nell’età neolitica, era di pietra scheggiata oppure di osso. Successivamente le cuspidi e le relative punte delle F. saranno di bronzo e di ferro (dal sec. VI a.C.). La forma delle cuspidi è molto varia: conica, lunata, ad amo, a barbe, a foglia ecc.
Fregio. Questo termine architettonico riferito dapprima all’architettura ionica, è poi passato per estensione ad indicare “una qualsiasi composizione — scultorea o pittorica — con andamento orizzontale, la cui ‘lettura’ debba effettuarsi attraverso una successione d’immagini, o che presenti la ripetizione di uno stesso motivo decorativo”. Nell’arredamento, nelle arti applicate e nella mobilia, con F. s’indica un tipo di decorazione generalmente svolta su una fascia in senso orizzontale. Può essere di svariati motivi e a profilo diritto o curvilineo; può essere intagliato, intarsiato, dipinto o applicato sulla superficie da decorare.
Funzionalismo. Con tale termine s’indicano genericamente le teorie estetiche e gl’indirizzi artistici tendenti ad identificare la bellezza di un edificio o di un oggetto con la loro praticità, ossia con la loro capacità di svolgere efficacemente la funzione per cui sono stati creati. In epoca moderna i primi concetti funzionalistici si affermano in età illuministica, con le più specifiche enunciazioni degli empiristi inglesi, equiparanti la bellezza alla convenienza nel fine dell’opera d’arte. Concetti poi ripresi dai teorici neoclassici, per affermare il rifiuto di qualsiasi ornamento superfluo, soprattutto riguardo alla loro polemica antibarocca nel campo dell’architettura. Ma le più esplicite affermazioni del F. si ebbero solo a fine sec. XIX, coll’architetto americano Louis Sullivan, che considerò la forma nettamente subordinata alla funzione, e con Otto Wagner, sostenitore di uno stile logico, basato su linee orizzontali e totalmente scevro di ornamenti, da lui definiti immorali. Tali idee influenzarono indubbiamente i maggiori architetti del primo Novecento; da F.L. Wright, P. Behrens, P. Oud, Mies van der Rohe, W. Gropius a Le Corbusier, il quale ultimo giunse a definire la casa “una macchina per abitare”. Le tendenze funzionalistiche esercitarono notevole influenza anche sull’INDUSTRIAL DESIGN e sulle concezioni della BAUHAUS, i cui maggiori esponenti s’ispirarono alla F. nella loro impostazione razionale della casa, quale spazio per vivere e non da decorare, con riflessi pratici quindi, oltre che in architettura anche nell’arredamento. Così per vari oggetti, dalla mobilia alvasellame da tavola, furono creati modelli di concezione utilitaria, con una primaria attenzione all’impiego dei materiali più adatti. Un indirizzo che portò anche a risultati di valore artistico, ideati da alcuni protagonisti della Bauhaus, da Gropius a Breuer, Wagenfeld e J. Rohde.
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